martedì 28 febbraio 2017

Aborto: in Uruguay storica sentenza pro paternità

Perché sull’aborto il padre non deve mai avere voce in capitolo?
La cultura femminista che ha portato all’approvazione della varie legislazioni abortiste, come la nostra in Italia, si fonda tutta sullo slogan “noi partoriamo e noi decidiamo“.
Peccato però che i figli si fanno sempre in due. E se è vero che molte volte le donne vengono lasciate sole e abbandonate da uomini irresponsabili e vigliacchi che prima si divertono e poi scappano, è altrettanto vero che vi sono situazioni in cui il padre vuole tenere il bambino e la madre no.


 

È quanto accaduto in Uruguay, dove nei giorni scorsi, per la prima volta, un tribunale ha emesso una sentenza storica a favore del diritto alla vita e, potremmo dire, della paternità.

Si è infatti verificato il caso di una donna che, rimasta incinta, voleva sbarazzarsi del bambino, ritenuto evidentemente un grumo di cellule, un’escrescenza del proprio corpo e non – come invece la scienza stessa dimostra – un’altra persona, con una vita sua. Ebbene, di fronte all’imminente aborto, il padre del piccolo si è opposto. E per convincere la compagna le ha promesso che si sarebbe preso cura di lei e del bambino e, se proprio non avesse voluto saperne, avrebbe provveduto da solo al figlio. L’importante era non ucciderlo: l’aborto infatti, oltre ad eliminare un bambino, comporta gravi problemi non solo alla mamma, ma pure ai padri, anche se questo non viene mai ricordato.

La donna non ha cambiato idea e allora l’uomo è ricorso alla giustizia. E, incredibile a dirsi in questi tempi, il giudice (una donna, Pura Book, della città di Mercedes) gli ha dato ragione. Le motivazioni della sentenza sono davvero piene di buon senso e ci rincuorano.
Si dice ad esempio che il bene supremo è la protezione dell’inalienabile diritto alla vita, superiore a qualsiasi altro diritto, anche di soggetti terzi. Per questo motivo nessuno può esserne privato arbitrariamente. E se la donna ha diritto a decidere sul suo corpo e sulla sua attività sessuale e riproduttiva, questo vale fintanto che non rimane incinta. Con la gravidanza infatti siamo di fronte a un nuovo essere umano, con i suoi propri diritti.
Essendo un omicidio, perpetrato oltretutto su un innocente del tutto indifeso, l’aborto va invece a colpire il bene fondamentale della vita.
Ricordiamo che in Uruguay l’aborto è legale fino alla 12 settimana e da quando la legge è stata approvata, nel 2012, sono stati ammazzati 38.000 bambini: praticamente uno all’ora. 
In tale contesto la sentenza è dunque davvero di portata storica, come ha fatto notare il militante provita e deputato Carlos Iafigliola. Ia figliola ha spiegato che per la prima volta il padre è stato considerato soggetto di diritto davanti ad un bambino ancora nel ventre materno. E ha anticipato che per il 25 marzo sta organizzando una grande manifestazione a difesa del diritto alla vita.
Inutile dire che la decisione del giudice ha diviso l’opinione pubblica del Paese ed è stata duramente contestata dalle associazioni femministe e paladine dell’aborto. La donna ha fatto ricorso, ma a quanto pare sul caso specifico ormai la questione sembra chiusa, perché si sta avvicinando il termine ultimo per poter uccidere i nascituri.
Questa volta ha vinto la vita. E finalmente un padre ha visto riconosciuto il diritto di essere tale.

Federico Catani
Fonte: El Pais

venerdì 27 gennaio 2017

Eurispes 2017: a rimetterci sono i separati

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/26/rapporto-eurispes-2017-la-meta-degli-italiani-boccia-il-sistema-sanitario-e-non-riesce-a-pagare-le-spese-mediche/3342806/

Rapporto Eurispes 2017, la metà degli italiani boccia il sistema sanitario. E non riesce a pagare le spese mediche

Rapporto Eurispes 2017, la metà degli italiani boccia il sistema sanitario. E non riesce a pagare le spese mediche


Lo studio fotografa il pessimismo del paese reale. Un giovane su 10 costretto a tornare a vivere con i genitori, affitto e mutuo fanno paura. Le famiglie costrette a ricorrere ai risparmi di una vita per arrivare a fine mese. Focus sul popolo dei voucher: 109 milioni venduti nei primi mesi del 2016, in tutto il 2011 erano stati 15 milioni. E una grande fetta della popolazione giudica negativamente il sistema giudiziario

Per la maggioranza degli italiani nel 2017 ci sarà una ripresa debole ma stabile, ma solo una persona su dieci si aspetta dal nuovo anno un miglioramento della situazione economica. Che, d’altro canto, per oltre il 40% delle famiglie è rimasta invariata. Di fatto quasi la metà non riesce a far quadrare i conti e circa una persona su quattro afferma di sentirsi abbastanza o molto povero. Tra le spese che si è costretti a tagliare, per oltre il 38% dei cittadini ci sono quelle mediche. E, restando in tema, oltre la metà degli italiani boccia il sistema sanitario nazionale. Con un notevole divario tra Nord e Sud. Sono alcuni degli aspetti rilevati nel Rapporto Italia 2017 e diffuso oggi dall’Eurispes, in cui si confermano i dati dello scorso anno sulla situazione economica del Paese e delle famiglie. L’indagine è stata elaborata in base ai risultati di un questionario al quale ha risposto un campione di 1.084 cittadini stratificato per genere, età e area territoriale. Il risultato? Il rapporto descrive la convivenza tra “più Italie distanti l’una dall’altra che a volte stentano ad andare d’accordo” ha spiegato il presidente di Eurispes Gian Maria Fara, secondo cui la situazione è frutto “della mancanza di un progetto per il futuro che possa vedere tutti collaborare nell’interesse generale del Paese”. Un quadro fortemente negativo, dunque. “L’Italia ha registrato un continuo declino – sottolinea Fara – rispetto alle posizioni degli altri Paesi dell’Eurozona sul fronte dell’istruzione, della ricerca e innovazione, mentre il fronte delle imprese è caratterizzato da un alto livello di indebitamento con il sistema bancario”. Il presidente di Eurispes lancia l’allarme su alcuni fenomeni che “stanno producendo effetti devastanti sul sistema politico e istituzionale”: dall’impoverimento del ceto medio, al blocco della mobilità sociale e alla redistribuzione della ricchezza, fino alla mancata crescita. E nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, Eurispes dedica un capitolo del rapporto proprio alla giustizia.
LA STIMA DELLA RIPRESA – Il 38,1% degli italiani, come rileva l’Istituto di Studi Politici Economici e Sociali, ritiene che la ripresa sarà lenta ma stabile, ma mentre il 36,4% vede in prospettiva un peggioramento, solo il 13,8% è convinto che l’economia migliorerà. In realtà stabili sono anche i dati sulla condizione economica delle famiglie rispetto al 2017: il 14,1% definisce molto peggiorata la situazione economica familiare nell’ultimo anno e il 27,3% indica un lieve peggioramento. Per il 42,3%, invece, la situazione è rimasta sostanzialmente invariata.

LA METÀ DELLE FAMIGLIE NON ARRIVA A FINE MESE – Di fatto il 48,3% delle famiglie non riesce ad arrivare alla fine del mese (nel 2016 era il 47,2%). Il 44,9% è costretto a utilizzare i propri risparmi. Ecco perché solo in una casa su quattro si è in grado di mettere qualcosa da parte. Le rate del mutuo per la casa sono un problema nel 28,5% dei casi, così come il canone per il 42,1% di chi è in affitto. Il 25,6% delle famiglie ha inoltre difficoltà a far fronte alle spese mediche. Di fatto circa una persona su quattro afferma di sentirsi abbastanza (21,2%) e molto (3%) povero. Una situazione che può derivare da diverse causa: la perdita del lavoro (76,7%), una separazione o un divorzio (50,6%), una malattia propria o di un familiare (39,4%), ma anche la dipendenza dal gioco d’azzardo (38,7%) o la perdita di un componente della famiglia (38%).
TAGLI E POTERE D’ACQUISTO – Sul fronte consumi, si registra un lieve miglioramento. Stando al Rapporto Italia 2017 dell’Eurispes, la maggior parte degli italiani (il 51,5%) non ha visto ridursi la capacità di spesa, mentre il 48,5% ha lamentato una perdita. Una situazione ribaltata rispetto al 2016. Ma la situazione rende ancora necessaria la corsa al risparmio. Il 38,1% dei cittadini ha ridotto le spese mediche (contro il 34,2 dello scorso anno). Le altre voci interessate dal ‘taglio’ sono state pasti fuori casa (70,9%), estetista, parrucchiere e articoli di profumeria (66,2%), viaggi e vacanze (68,6%). E se il 33% degli italiani ha almeno un animale domestico in casa, a causa della crisi economica questa percentuale è calata del 10% rispetto al 2016 ed è diminuita anche la spesa per nutrire e curare gli animali. Negli ultimi tre anni ha chiesto un prestito in banca il 28,7% delle famiglie, ma nel 7,8% dei casi non è stato concesso. Ci si rivolge agli istituti di credito soprattutto per l’acquisto della casa (il 46,8%), per la necessità di pagare debiti accumulati (27,6%), ma anche per saldare prestiti contratti con altre banche o finanziarie e affrontare spese per cerimonie (entrambe le motivazioni sono condivise dal 17,9% dei cittadini). C’è poi un altro 10,9% che ha chiesto un prestito per cure mediche e infine un 2,2% che vi ha fatto ricorso per potersi pagare le vacanze.

LA METÀ DEGLI ITALIANI BOCCIA IL SISTEMA SANITARIO – Più di metà degli italiani (il 54,3%) non è soddisfatto della sanità, una percentuale che al Sud supera il 70%. In realtà il dato complessivo non ha subito particolari cambiamenti negli ultimi anni. Al Nord-Ovest prevale la soddisfazione (70,3%), che ottiene la maggioranza anche al Nord-Est (56,3%). Del tutto diversa la situazione al Centro-Sud: al Centro dal 65,9% degli intervistati si raccolgono giudizi negativi, dal 72,4% nelle Isole, mentre al Sud a bocciare il sistema è il 73,6% dei cittadini. Il disagio più frequente riguarda le lunghe liste di attesa per visite ed esami medici (75,5%): il 53,2% ha dovuto attendere troppo per interventi chirurgici e il 48,9% indica una scarsa disponibilità del personale medico e infermieristico. Il 42,2% degli italiani denuncia strutture mediche fatiscenti, il 41,8% condizioni igieniche insoddisfacenti. Il 34,1% di quanti si sono rivolti alla sanità pubblica ha poi sperimentato a proprie spese errori medici. E se è vero che il 50,5% del campione preferisce rivolgersi agli ospedali pubblici per cure specialistiche e interventi chirurgici (mentre il 25,7% sceglie le strutture private) lo è altrettanto che il 23,8% dichiara di non potersi permettere le cure private. Quanto alle spese, infatti, nell’ultimo anno il 31,9% dei cittadini ha rinunciato alle cure dentistiche a causa dei costi eccessivi, il 23,2% a fisioterapia-riabilitazione, il 22,6% alla prevenzione e il 17,5% ha sacrificato persino medicine e terapie.

IL POPOLO DEI VOUCHER – L’analisi di Eurispes si concentra anche sul ‘popolo dei voucher’. Se nel 2011 ne sono stati venduti 15 milioni, nel 2015 si è arrivati a circa 115 milioni. L’uso dei buoni lavoro è in continua e rapida crescita, come dimostra anche il trend dei primi 9 mesi del 2016 con oltre 109 milioni di voucher venduti (+34,6% rispetto allo stesso periodo del 2015). Il 50% di quelli che li utilizzano, secondo Eurispes, sono persone molto attive sul mercato del lavoro, che si dividono tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro part-time o indennità di disoccupazione. L’altra metà, invece, è costituita soprattutto da giovani a cui si aggiungono pensionati e donne in età centrale non interessate o scoraggiate nella ricerca di altri posti di lavoro. Nel 2015 il peso dei giovani è ulteriormente cresciuto (43,1% dei voucher) e si è rafforzato anche quello dei trentenni (con il 20,6%) e dei quarantenni (17,4%). Agli over 60 rimane, dunque, una modesta quota: circa l’8%, anche se, in valori assoluti, l’espansione dei voucher riguarda certamente anche loro. E, al contrario di quanto farebbe pensare la natura molto ‘marginale’ di molte attività regolate dai buoni lavoro, l’impiego dei voucher non riguarda prevalentemente gli stranieri. Tanto che, secondo i dato Inps, nel 2015 solo l’8,6% dei buoni è stato destinato ad extracomunitari.
GIOVANI TRA L’AIUTO DEI GENITORI E LA FUGA ALL’ESTERO. CHE NON SI FERMA – Per fare fronte alla crisi, i giovani mettono in atto alcune strategie: c’è chi torna a casa dai genitori (13,8%), chi ha dovuto ricorrere al loro sostegno economico (32,6%) e chi si affida a loro nella cura dei figli per non dover pagare nidi privati o baby sitter (23%). E non va meglio per i ‘cervelli in fuga’. Il programma ‘Rientro dei cervelli’, avviato nel 2001 dall’Italia per facilitare il ritorno dei ricercatori italiani dall’estero e per incoraggiare quelli stranieri a lavorare in Italia, ha dato risultati deludenti: solo 519 i ricercatori rientrati in 9 anni, contro un flusso in uscita ben più consistente. Inoltre, solo un quarto dei ricercatori che sono entrati nel Paese per effetto di questo progetto è rimasto in Italia per più di 4 anni. Per quanto riguarda gli 11 milioni di millennials, nati tra gli anni Ottanta e il Duemila, hanno difficoltà a pianificare il loro futuro finanziario: per il 45% di loro risparmiare rappresenta un grande sacrificio, mentre il 40% si dichiara sfiduciato circa la possibilità di percepire in futuro uno stipendio simile a quello dei propri genitori. Si tratta di dati significativi se si pensa che, come ricorda Eurispes, entro il 2020 questa fascia d’età costituirà il 25% della popolazione di Europa e Stati Uniti.

IL CAPITOLO GIUSTIZIA – Il rapporto Eurispes ha dedicato un capitolo anche al rapporto tra gli italiani e la giustizia. Tra i tempi affrontati la percezione del funzionamento dell’apparato giudiziario, la necessità della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, le intercettazioni e il ricorso alle armi per privata difesa. In base ai risultati dell’indagine, il 37,1% dei cittadini individua come causa degli errori giudiziari il cattivo funzionamento della macchina giudiziaria nel suo complesso, mentre per il 27,1 essi sono collegabili al lavoro dei magistrati. Il 13,7%, infine, indica come causa i pubblici ministeri delle procure che non fanno bene il lavoro di indagine. Molti degli interpellati (21,8%) hanno preferito non esprimersi. E se per il 67,3% del campione (-9,9% rispetto al 2011) un imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva, il 47,8% ritiene le intercettazioni uno strumento fondamentale per prevenire e reprimere i reati. Il 40,9%, però, pur condividendo questa posizione, si preoccupa che sia tutelata la privacy delle persone. L’11,3% si è dichiarato invece contrario poiché ritiene che le intercettazioni invadano la libertà personale. Per quanto riguarda la difesa personale, il 41,3% del campione ha dichiarato che probabilmente ricorrerebbe alle armi se messo in una situazione di pericolo, mentre il 22% è sicuro che lo farebbe. Poco più di un terzo, il 25,8%, probabilmente non utilizzerebbe le armi sotto minaccia e il 10,9% ha escluso nettamente questa possibilità. Il 48,5% è d’accordo con l’incriminazione di chi reagisce durante un furto in casa o nel proprio negozio sparando e ferendo o uccidendo gli aggressori, nei casi in cui la reazione non sia commisurata al pericolo; il 42,7% è contrario all’incriminazione, mentre l’8,8% sostiene che debbano essere incriminati in ogni caso.

mercoledì 25 gennaio 2017

Riportare in vita il padre per difendere i figli

Riportare in vita il padre per difendere i figli

di autori vari lion-565818_640
di Silvana De Mari
Fonte:  https://costanzamiriano.com/2017/01/08/riportare-in-vita-il-padre-per-difendere-i-figli/

Oggi ci fermiamo un attimo e parliamo di leonesse. E quindi di leoni.
Ho già accennato che sto per fondare la brigata “due più due fa quattro”, dove combatteremo fino alla morte per difendere l’ovvio. Il mio post dove spiegavo l’assoluta differenza e complementarità tra maschi e femmine, è rimbalzato sul web, raccogliendo numerosi commenti. Rispondo a uno dei più buffi:”le leonesse, che sono femmine, sono vere combattenti”.

Le leonesse non sono combattenti: le leonesse sono semplicemente carnivore. Una leonessa, in quanto femmina, ha la competitività e l’aggressività molto basse. Se voi vi trovate davanti a una leonessa, la leonessa vi sbrana, ma voi, come il vostro cagnolino che le ha fatto da aperitivo, come la gazzella tanto carina, come lo gnu neonato, non siete qualcuno con cui compete: voi siete pappa. Una dolcissima leonessa vi sbrana senza per questo essere aggressiva, esattamente come la mia dolcissima nonna andava a tirare il collo a una gallina tutte le volte che uno dei suoi figli aveva il raffreddore (o qualsiasi altra patologia nota) e bisognava fare il brodo di pollo per curarlo (il brodo di pollo cura tutto).

La dolcissima leonessa non sbrana la gazzella, lo gnu, il cagnetto, o voi con aggressività, esattamente come la foca non ci mette aggressività a mangiarsi le aringhe, la balena a mangiarsi il krill, e la vacca a mangiarsi l’erba (siete sicuri che gli steli non soffrano?) L’aggressività, che è potente solo dove c’è testosterone, è quella tra due tizi della stessa specie, non tra un rappresentante di una specie e la sua pappa. La pappa sta nella casella pappa, la competizione con individui della stessa specie sta nella casella aggressività, e qui ci va il testosterone. Sono due caselle diverse. La leonessa non è meno brava del leone a cacciare, ma non è capace di difendere il territorio dove cacciare. Un carnivoro è un carnivoro; quello che mangia e la capacità di procurarselo non hanno nulla a che fare con l’aggressività, che è intraspecifica ( all’interno della stessa specie) e la competitività, anche essa intraspecifica.

La leonessa può muoversi e cacciare e allevare i suoi cuccioli solo all’interno di un territorio, un territorio segnato e difeso da un maschio. I maschi difendono il territorio, come sanno i proprietari di cani maschi e i postini. Difendono il territorio gallo e toro, e smettono di farlo se si amputano le gonadi: bue e cappone non difendono il territorio. Mi sto ripetendo perché secondo me questo concetto non è chiaro nella mente di molti. La leonessa Marisa ha avuto i cuccioli dal leone Marco. Può cacciare con serenità nel territorio segnato e protetto da Marco. Quando arriva il branco di iene, Marco le allontana, quando arriva il bufalo, ci pensa Marco, non Marisa. Quando arriva un altro leone, Pippo, Marco deve cacciarlo. Se Pippo fosse più forte e uccidesse Marco, dopo di lui ucciderebbe i suoi cuccioli, li ucciderebbe davanti a Marisa, che non ha la potenza di fermarlo, così che senza cuccioli lei torni rapidamente all’estro, lui possa montarla e avere dei cuccioli suoi. Lo stesso avviene tra i leoni marini, le foche e un mucchio di altri. Se non c’è il padre a proteggerli, altri maschi uccidono i cuccioli per avere i loro discendenti con quella femmina. Esattamente quello che succede alla fine della guerra di Troia: il figlio di Ettore ucciso e sua madre che diventa schiava.

Dove non c’è più il loro padre a proteggerli, i cuccioli aumentano il rischio di essere uccisi.

Ho raccontato questa storia per chiarire l’idea che madre natura è un’arcigna megera (che noi uomini siamo tanto cattivi, mentre gli animali sono angelici è una delle ennesime fesserie di questa epoca) e per spiegare che la violenza fa parte della vita. Ci vogliono i leoni maschi per proteggere i cuccioli. e questo vale anche per noi. Io ho sempre saputo che se qualcuno mi avesse toccato, mio padre lo avrebbe fatto a pezzi, anche a costo di morire nell’impresa, e questo era il suo compito. Ora immaginiamo che Marisa sia un’ottima cacciatrice, e dica “io sono mia, io non ho bisogno di nessuno, io sono stufa, io il territorio me lo difendo da sola”, e mandi via Marco: i suoi figli non hanno più difesa.

Quando non c’è più un uomo, quando il padre è morto, o se ne è andato, o è stato mandato via, in una di queste disastrose evenienze aumenta il livello di ansia dei figli, a volte cominciano gli attacchi di panico. Noi femmine il territorio non lo sappiamo difendere, non lo sappiamo difendere perché non è compito nostro, e quando il padre non c’è più i figli stanno svegli di notte, perché gli orchi esistono, non è vero che non esistono, non è vero che si fermano a parole.

I popoli dove il maschile ha travolto il femminile e lo ha azzittito, i popoli dove il femminile prevale sul maschile non hanno più la capacità di difendere il territorio e credono che la libertà e la vita siano possibili senza combattere. Perché se un uomo ha tutta la sua potenza, se la sua donna non gliela ha tolta col disprezzo, ma anzi l’ha aumentata, stando dalla sua parte, sempre, facendo il tifo per lui, quell’uomo è in grado di difendere il figlio. Un uomo è in grado di dare un pugno sul tavolo e dire no, al figlio che vuole farsi di spinelli, che vuole andare al rave party. Dove non c’è un uomo, un padre, è più facile a un sedicenne con gli attacchi di idiozia – che a 16 anni sono la norma – dire la fesseria del secolo, tipo “smetto di andare a scuola, che sono stufo” “smetto di lavarmi” “smetto di uscire dalla mia stanza”. Per favore non mi scrivete che a casa vostra è zia Carmela che la mette giù dura e Zio Ugo è un mollaccione. Stiamo parlando di statistica: il 90 % delle donne è più accogliente del 90% degli uomini. Il 90% degli uomini ha più coraggio e senso dell’autorità del 90% delle donne. Voi siete un’eccezione? Fate parte del 10%. Una minoranza.
Dove c’è un uomo e tutta la sua potenza, il compagno della madre dell’amichetta non entra nella casa dove c’è la bambina di sei anni e lei non volerà dalla finestra. I pedofili hanno la capacità incredibile di localizzare il bambino che non ha un padre che lo difenda con tutta la sua ferocia. In effetti i grandi paladini della pedofilia hanno avuto come primo scopo l’abbattimento dell’autorità paterna, perché prima bisogna levare di torno Marco. Chi sono i grandi paladini della pedofilia? Quelli che hanno scritto a suo favore? Jean-Jacques Rousseau, Simone de Beauvoir e ovviamente Jean-Paul Sartre, Daniel Marc Cohn-Bendit detto Daniel il Rosso perché il ‘68 lo ha cominciato lui. Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che può essere considerato il profeta dell’educazione relativista e illuminista, ha cinque figli dalla sua compagna e, poiché questi sono figli reali e non astratti come L’Emilio, egli se ne libera rapidamente depositandoli, dopo ogni nascita, nell’ospizio dei trovatelli. Quest’uomo che crede nella assoluta bontà delle sensazioni e ignora la tendenza umana al piacere disordinato ed egoistico, a Venezia si compra per pochi franchi una bambina di dieci anni per allietare sessualmente le sue serate (Cfr. R. GUIDUCCI, La Storia di un contestatore sconfitto, pagg. 1-68 (pag. 32); in J.-J. ROUSSEAU, Le Confessioni, Introduzione di Roberto Guiducci; traduzioni e note di Felice Filippini, Biblioteca Universale Rizzoli, aprile 2001, pag.28). Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir (1908-1986), Michel Foucault, Jack Lang, futuro ministro francese, firmarono una petizione in cui si reclamava la legalizzazione dei rapporti sessuali coi minori (gli articoli erano su Liberation). Simone de Beauvoir, ha lavorato due anni nella radio di Vichy, era una collaborazionista filonazista. Nel 1943 fu sospesa dall’insegnamento. In realtà aveva sedotto una giovanissima allieva, ma per metterla nel letto di Sartre, con cui ha avuto sempre dei rapporti servili, topo padrone e schiava. In realtà molta parte delle sinistra post sessantottina inneggia alla libertà sessuale del bambino, e al crollo del tabù borghese, come viene chiamato. Anche la Gran Bretagna non scherzò. Era il 26 gennaio 1977 quando, in nome della “liberazione sessuale dei bambini”, il quotidiano francese Monde, faro della gauche, pubblicò una petizione per abbassare la maggiore età sessuale ai dodicenni, una sorta di legittimazione ideologica alla pedofilia.

Ma se non abbatti il padre, alle pudenda del bambino non ci arrivi. Prima occorre trasformare le donne in vittime e i maschi in carnefici, poi hai mano libera non solo sui bambini, ma su tutti. Dove la famiglia sia annientata il potere dello Stato (maiuscolo, il nuovo Dio) è assoluto.

Le affermazioni di Vendola e Busi sul diritto alla sessualità dei bambini potete trovarle sul Web, è già che ci siete cercate le dichiarazioni di Mario Mieli, visto che il circolo Mario Mieli di Roma è considerato ente morale e finanziato con il denaro pubblico per entrare nelle scuole a insegnare l’etica. Mieli parla del potere salvifico di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Peraltro la pedofilia, “il diritto del bambino alla sessualità, è una dei capisaldi del ‘68, non di tutto, certo, e molti lo ignorano, sia nella teoria che nella pratica. Daniel Cohn Bendit, attualmente deputato europeo, ha scritto pagine sul diritto alla sessualità del bambino, negata dalla società borghese e dal cristianesimo, che anzi raccomandava a chi scandalizzerà questi piccoli che meglio sarebbe per loro una macina al collo che li trascini sul fondo . Bendit faceva il maestro d’asilo in un asilo alternativo e spiegava come spesso i bambini andassero a chiedergli di potergli aprire la patta dei pantaloni e toccarlo. Se uno dei padri di uno di questi bambini fosse stato mio padre o mio marito, a Daniel Cohn Bendit avrebbe fracassato fisicamente tutte le ossa. Non è vero che la violenza è sempre sbagliata. C’è un tempo per la pace e un tempo per la guerra. La violenza del padre per proteggere il figlio è un punto essenziale della sua sicurezza e della sua educazione. Io ho sempre saputo se qualcuno mi avesse fatto del male, i carabinieri sarebbero stati l’ultimo dei suoi problemi: mio padre lo avrebbe massacrato. Se qualcuno avesse fatto del male a mio figlio, se si fosse fatto “toccare” da lui, mio marito lo avrebbe massacrato.
Comunque la pedofilia ha segnato due anni fa un punto importante. L’associazione psichiatri americani, APA, che da 60 anni regna sul mondo controllando e dirigendo tutti gli ordini di psicologi, ha dichiarato che la pedofilia non è una perversione sessuale, ma un normale orientamento sessuale. Il primo gradino, quindi, per affermare la pedofilia è stato l’uccisione del maschio occidentale. Sempre più filosofi e pensatori lo denunciano: Pasqal Bukner, Claudio Risè, sono stati i primi a essersi accorti che è stato assassinato il padre. Quindi cominciamo a darci da fare per riportarlo in vita, perché ci serve.

lunedì 16 gennaio 2017

I "dubia" e i nuovi diritti

Nuovi diritti. E i vecchi?

Da Der Spiegel (1997)- La Società senza-padre
Fa davvero riflettere vedere il mondo cattolico schierato dalla parte della famiglia.
Ora che il decreto attuativo sulle unioni civili è è legge, che si prospetta l'eventualità delle adozioni gay, si alzano le proteste dal mondo cattolico e non cattolico.

Tutti a stracciarsi le vesti, a evidenziare che le priorità del Paese sono altre, a prospettare addirittura l'eventualità che il nuovo decreto sia una "scorciatoia per la regolarizzazione dei clandestini" (laVerità, 13 gennaio 2017), il comitato "difendiamo i nostri figli" organizza un congresso per "fermare la “colonizzazione ideologica” della teoria Gender nelle scuole" (link), Avvenire reclama il diritto alla critica (link), accorgendosi del "coro" pro-unioni-civili della schiera di psicologi progressisti, evidenziando  "i rischi collegati alla mancanza anche simbolica dell’altro genere" nella crescita dei figli.

Allora ci si stracciano le vesti, gli organi di stampa reclamano il reclamare il diritto alla difesa della famiglia, diritto naturale, diritto sacro, diritto inviolabile, non negoziabile, bla-bla.

Ciò fa davvero riflettere, perchè questo schieramento, quando quotidianamente i diritti dei padri separati sono calpestati da una certa magistratura svogliata (speriamo nel futuro minoritaria) nonostante la legge sull'affido condiviso del 2006, ebbene questo schieramento non si è mai visto.

Vien da chiedersi:

(1)  c'è stato forse un alzata di scudi scudi quando i nostri tribunali, nonostante la norma vigente sull'affido condiviso, affidano, di fatto, i figli ad un solo genitore (generalmente la madre)? Non c'era forse anche in ta caso il rischio collegati alla mancanza anche simbolica dell’altro genere (generalemnte il padre)?


(2) si sono viste le manifestazioni di piazza quando, zitti zitti, alcuni togati (non tutti), nelle cause di separazione coniugale (1/3 dei matrimoni) semplicemente interpretavano la vigente legge sull'affido condiviso in maniera davvero balzana, relegando i padri ad un ruolo secondario rispetto a quello delle italiche madri e tutto ciò, si intende, per "il supremo interesse del minore"?

 Sembrava allora a una pletora di esperti di famiglia, psicologi compresi, che il solo affetto di madre potesse bastare a far crescere i figli. E il mondo cattolico è rimasto in silenzio.


(3) si sono viste le manifestazioni di piazza quando, zitte zitte, alcune cristianissime madri (non tutte) ricorrevano ai mezzucci delle false accuse, delle menzogne strumentali contro gli ex-mariti al fine di poter godere in maniera esclusiva dell'affetto della prole, di affetti ed effetti? Sembrava allora ad un certo cattolicesimo malato di "pastoralismo" (più attento a non perdere consensi che a difendere la Verità) e un pò madonnaro, sembrava che  il dialogo, la comprensione, l'ascolto, "l'intercettare il disagio" fossero le uniche vie. Il fatto che, conseguentemente, i nostri figli e le nostre figlie  potevano godere dell'affetto di un solo genitore, non era faccenda da manifestazioni di piazza.

Non si sono viste le manifestazioni piazza quando anche la Caritas indicava i padri separti come nuovi barboni (link).

Non si sono viste le manifestazioni di piazza quando la Corte EUropea condannava l'Italia per Con la sentenza (link) (Cedu - Decisione del 29 gennaio 2013 n. 25704/11) per la prassi con cui un genitore naturale (padre, ovviamente) era escluso dall'accudimento verso i figli.

Non si sono viate le manifestazioni di piazza per la prassi delle ASL, delle psicologhette e degli "esperti" circa gli affidi e allontanamenti facili dalle famiglia "natrali" (link, interrogazione M5S) 

 Non si sono viste le manifestazioni di piazza quando la prassi italica sulla cura filiale era affidata alle elucubrazioni e alle panzane delle psicologhette delle ASL, pronte a difendere "il supremo interesse del minore" e nei fatti a inventare qualsiasi arzigogolo per protrarre nel tempo le "perizie sull'idoneità genitoriale", basate sul nulla scientifico e sull'accrocchio dialettico. Per contrappasso, anche oggi, sulla step-child adoption, sono sempre gli psicologhetti/e a berciare la propria: chi per i sì (link; link)e chi per i no (link, link).

Non si faceva manifestazioni di piazza di fronte alla demonizzazione della figura paterna (link)

Relegare il padre ad un ruolo subalterno ha aperto la via, ogni via alternativa.
Il mondo cattolico, ma un pò pagano e madonnaro, ha trangugiato l'affido condiviso truccato, ha accettato nei fatti la prassi della famiglia mono-parentale. Ha eccettato il teorema  che, per il "supremo interesse del minore", i nostri figli e le nostre figlie potessero crescere, in moltissimi casi, senza il costante e quotidiano affetto di un padre.


E' il teorema della «Famiglia sì, padre no», un controsenso carico di conseguenze.

Infatti, dato per acquisito il teorema "«Famiglia sì, padre no», allora i nuovi profeti della famiglia si saranno domandati: non può essere che, magari togliendo anche la madre naturale, o mescolano madre/padre naturale/adottivo/a,  i figli possano crescere bene lo stesso? Non sono forse gli psicologi, gli esperti della famiglia, gli studiosi della psiche, pediatri, neupsichiatri e compagnia cantante  a determinare se un soggetto/a hanno valide capacità genitoriali? Non sono forse i giudici a determinare, caso per caso, con chi possa trascorrere il suo tempo il "minore"? Utero in affitto, step-child adoption non sono forse i corollari del teorema che, nei fatti, la Chiesa purtroppo ha sempre avallato?  Il teorema «Famiglia sì, padre no» non ha forse portato al corollario «Famiglia no, figli sì»?
«Famiglia sì, padre no». E allora verrà  «Famiglia no, figli sì». E poi «Figli no, affetti sì».

La posizione ufficiale della Chiesa è di ripiego. Al massimo il mondo cattolico si è occupato e si occupa della "comunione per i risposati" (link, link), sollevando men che meno dei "dubia" sull' interpretazione dell'amoris laetizia (link), dubia che sono un continuo rimando ad altri poco noti, se non oscuri,  capitoli di altrettanto dimenticate encicliche pastorali.

Capirai! Mentre il mondo Cattolico si arrabatta e divide su domande di rilievo nullo per i cattolici vittime di ingiuste separazioni coniugali (del tipo: se con l' "Amoris laetitia" n. 302 sulle "circostanze attenuanti la responsabilità morale", si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 81) il Mondo professa diritti nuovi, dimenticanto i vecchi. Nessun dubbio.




lunedì 10 ottobre 2016

"Ordina un papà". Scegli un uomo e fallo sparire.

Fonte: http://www.tempi.it/ordina-un-papa-che-e-come-dire-scegli-un-uomo-e-fallo-sparire#.V_tD03p1cRk

“Ordina un papà”. Che è come dire: scegli un uomo e fallo sparire


Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ora bastano un clic e 950 sterline per scegliere con facilità e velocità il papà ideale per il proprio bambino. Sì, perché il business della fecondazione artificiale ha pensato di migliorare il suo servizio clienti ideando una app per smartphone davvero all’avanguardia. Si chiama “Order a Daddy” (ordina un papà), ed è un sistema attraverso cui si possono inserire le caratteristiche fisiche, intellettive, professionali e persino spirituali dell’uomo che sarà, come si dice, “il papà ideale dei miei figli”. In pochi istanti l’applicazione mette insieme i requisiti, setaccia la banca dati e trova lo sperma del donatore che più si avvicina ai propri sogni, indicando alla cliente la clinica inglese in cui viene tenuto congelato. «È così, con un uomo che resta un sogno virtuale, che si impedisce definitivamente al bambino di nascere», spiega a Tempi lo psicanalista Claudio Risé.















Risé, cosa può spingere una donna a voler crescere un figlio da sola, senza un padre?
Questa donna rappresenta il modello di donnad ell’Occidente moderno. È indicativo in questo senso quanto spiego nel mio ultimo libro Sazi da morire: ormai il 70-90 per cento delle persone muore (prima causa di decesso in Europa e America del Nord) di malattie “non trasmissibili” (Ncd) che si sviluppano all’interno della persona (per questo sono anche dette “non comunicabili”), come i tumori, le cardiopatie, il diabete. Non sono più dunque i batteri e i virus che si contraggono nei rapporti con gli altri esseri umani ad affliggere gli uomini del nostro tempo, ma i mali dovuti a una vita solitaria, sedentaria e consumista. È la prima volta che si verifica un fenomeno simile nella storia.

Cosa c’entrano le malattie con una app?
Questa applicazione non fa altro che riprodurre il modello antropologico individualista, che rifugge la relazione per chiudersi nel godimento consumista, dove non serve nemmeno più fare la fatica di andare a fare la spesa: si sceglie il prodotto online, lo si riceve a casa e lo si consuma chiusi fra le proprie mura. Ecco, questa nuova app per lo “sperma ideale” ricalca lo stesso modello in cui pretendiamo di vivere al di fuori di ogni relazione. Anche quella procreativa viene sottratta al rapporto grazie alla tecnologia.

Perché fuggiamo le relazioni?
Se il fine dell’esserci è il solo godimento personale, l’altro è un inciampo. Non a caso anche il bambino, “ordinato” online nello stesso modo in cui si ordina la spesa, è concepito esattamente come un prodotto da consumare. E così il figlio non riuscirà a nascere, cioè a svilupparsi come essere autonomo dalla madre. Come spiega san Giovanni Paolo II nei suoi meravigliosi discorsi sulla sessualità, il rapporto tra madre e figlio deve includere sempre un terzo necessario alla generazione: il bambino vive naturalmente e giustamente una relazione simbiotica con la madre, ma senza il padre rimane prigioniero di questa. Il padre “taglia”, fa emergere il figlio permettendo la sua nascita psicologica. Nella relazione con la madre vengono soddisfatti tutti i bisogni primari, lei lo alimenta, lei lo scalda, ma sebbene dopo la nascita il bambino viva una serie di esperienze per conto suo (ad esempio quella di respirare), senza la presenza del terzo sarà incapace di relazioni e di accoglienza. Questa app è solo l’ultimo tassello di un processo già in atto da tempo, da quando con il divorzio prima e l’aborto poi il padre è stato espulso dalla relazione.

Cosa aggiunge al processo questo ultimo tassello che rende il padre addirittura virtuale?
Gli aspetti fisici, corporei e materiali, sono molto importanti e qui sono eliminati. La persona del padre scompare dalla relazione fin dall’inizio. È come se non ci fosse mai stato. Questo nell’immaginario psicologico del bambino ha una grande incidenza, perché il padre non è presente nemmeno come un personaggio passeggero che, fosse anche per una sola notte, ha avuto un rapporto fisico (che include sempre anche lo spirito e l’anima) completo e intimo con sua madre. Un rapporto così profondo da averlo generato. Questa mancanza c’è già nella fecondazione artificiale, ma con questa app in più si rende il padre una realtà solo virtuale.

Jean-Paul Sartre, in Le parole, scrive: «Un buon padre non esiste, è la norma, non si accusino gli uomini bensì il legame di paternità che è marcio». C’è chi dice che è meglio non avere un padre, soprattutto se cattivo.
Si tratta di un errore grossolano. È gravissimo confondere un elemento sostanziale con uno etico. La paternità e la maternità sono elementi sostanziali, perciò necessari, da non confondere con gli elementi etici come la bontà o la cattiveria, altrimenti si costruiscono ragionamenti che partono da un errore all’origine. Il padre è fondamentale nella formazione dell’essere umano (infatti lo sperma resta necessario) e alla personalità del bambino, il quale anche durante la gravidanza sente la voce paterna e si abitua al suo timbro, come provato dagli studi dell’ultimo secolo. Il figlio ha sempre bisogno di questa relazione con l’alterità paterna, anche qualora fosse piena di difetti. È vero che il padre “buono” non esiste, non perché la paternità sia marcia, ma perché ognuno partecipa del bene e del male. Per questo quando il giovane ricco si rivolge a Gesù chiamandolo “Maestro buono”, Lui protesta e risponde che nessuno è buono se non Dio padre. In ogni caso, se si fa scienza, occorre uscire dalle categorie moraleggianti per non cadere in tranelli pericolosi.

Di fatto però molti padri si comportano verso i figli più come amici, non hanno autorità, e non contribuiscono come dovrebbero al distacco dalla simbiosi materna. Di qui le fragilità dei figli.
Anche solo la presenza fisica del padre è importante ed è deleterio se viene a mancare. Poi, certo, la figura paterna oggi è depotenziata al massimo. D’altronde cosa devono fare questi uomini a cui da cinquant’anni spieghiamo che non bisogna essere padri e che la paternità autorevole è un atto criminale? Va inoltre ricordato che in Occidente i padri di oggi subiscono il fatto di essere a loro volta figli di padri che negli anni Settanta, e da molto tempo prima ancora, pensavano alla presenza paterna come un fardello di cui liberarsi. La paternità si trasmette, e noi viviamo in un sistema culturale basato sulla criminalizzazione della paternità.

Esiste un rimedio all’incapacità di essere padri?
Il ruolo materno è decisivo nella valorizzazione di quello paterno. È la madre che deve presentare il padre al figlio, innanzitutto accogliendolo, come non avviene nel caso del “padre virtuale” scelto attraverso l’app. È fondamentale che la donna riconosca il contributo determinante del padre, che non si sostituisca a lui ma piuttosto lo sostenga, lavorando affinché possa essere ciò che è. La donna ha questo grande potere sull’uomo che può usare male, estromettendo il padre, oppure bene, valorizzando il suo spazio. La madre in quest’ottica non viene sminuita. Anzi è lei che, consapevole delle sue capacità uniche, le usa per permettere ai rapporti interpersonali di svilupparsi armoniosamente.
Foto Ansa

giovedì 6 ottobre 2016

Como, omicio dell'architetto. In manette la ex-moglie: " voleva l'affido delle figlie"

Fonte: http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/10/05/news/como_architetto_ucciso_arresti-149131222/

Como, svolta nell'omicidio dell'architetto: manette all'ex moglie. "Voleva l'affidamento delle figlie"








Como, svolta nell'omicidio dell'architetto: manette all'ex moglie. "Voleva l'affidamento delle figlie"


Arrestato anche il commercialista con il quale aveva una relazione. Per i carabinieri sono loro i mandanti. Tre mesi dopo l'omicidio lei disse alla madre: "Sono vedova, ora mi risposo"

Svolta nell'inchiesta sull'omicidio di Alfio Vittorio Molteni, l'architetto di 58 anni ammazzato a Carugo, nel comasco, a colpi di pistola. Era il 14 ottobre dell'anno scorso. I carabinieri di Como e quelli del reparto crimini violenti del Ros hanno arrestato l'ex moglie della vittima, Daniela Rho, 46 anni, e il suo commercialista, Alberto Brivio, 49 anni. I due avevano una relazione. Secondo l'accusa, sono i mandanti del delitto commesso per l'affidamento delle due figlie della coppia. Nei mesi scorsi erano finiti in carcere altri dieci indagati, accusati di essere gli esecutori materiali dell'omicidio e i fiancheggiatori. 

Una separazione turbolenta. I carabinieri hanno ricostruito la tormentata separazione tra Molteni e Rho, in particolare hanno cercato di ricostruire le liti e i contrasti sull'affidamento delle figlie che la donna voleva ottenere in via esclusiva. Per questo avrebbe bersagliato l'ex marito con una serie di atti intimidatori per farlo passare, agli occhi del tribunale, come una persona dalle frequentazioni equivoche e pericolose così che gli fosse impedito di vedere le figlie per tutelarne l'incolumità. Tutto era iniziato quando l'architetto, aveva revocato il suo consenso all'accordo di separazione consensuale e aveva promosso la separazione giudiziale con addebito. Nell'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip di Como su richiesta della Procura, all'ex moglie e al complice viene contestato l'omicidio aggravato, il danneggiamento, lo stalking e la detenzione illegale e il porto in luogo pubblico di pistola.

Escalation di violenza. L'agguato che costò la vita a Molteni doveva limitarsi in realtà a una gambizzazione, l'ennesima e sempre più pesante intimidazione, dopo pedinamenti, telefonate anonime, minacce, l'incendio della sua Range Rover, l'incendio di una finestra di casa e l'esplosione di otto colpi di arma da fuoco contro le finestre della sua abitazione. Secondo gli investigatori, dietro questa escalation di violenza culminata con l'omicidio, ci sarebbero stati - in qualità di mandanti - Rho e Brivio. Secondo le accuse, infatti la moglie di Molteni e il commercialista, attraverso l'intermediazione della guardia giurata Luigi Rugolo, avrebbero pagato Michele Crisopulli e Vincenzo Scovazzo per compiere gli atti intimidatori più gravi, l'ultimo dei quali, appunto, da gambizzazione si è trasformato in omicidio.

"Ora mi risposo". Tre mesi dopo l'omicidio, il giorno 17 gennaio, nel corso di una conversazione con la madre, Rho disse alla madre: "Sono vedova... sono a posto, se vado a fare il corso per fidanzati mi sposo in chiesa". L'intenzione della donna, dicono i carabinieri, era di sposarsi con Brivio. Questa conversazione è agli atti dell'inchiesta.

Ucciso da un colpo alla schiena. L'architetto venne ucciso nel cortile della casa di Carugo in cui, dopo la separazione, viveva con il padre e una zia. Solo due i colpi esplosi: uno alle gambe e l'altro, letale, alla parte bassa della schiena. Tra le ipotesi prese in considerazione a caldo dagli investigatori anche quella che i killer, nascosti dietro i cespugli del giardinetto condominiale, intendessero solo dare un avvertimento al professionista e non ammazzarlo. Del resto, appena qualche mese prima, Molteni era stato vittima di alcuni pesanti atti intimidatori: in una occasione qualcuno aveva dato fuoco alla sua Range Rover parcheggiata in un box sotto lo studio di Mariano Comense; in un'altra, in pieno giorno, erano stati esplosi otto colpi di pistola contro la finestra della casa di Carugo dove poi è stato ammazzato. In entrambi i casi, Molteni aveva presentato denuncia ai carabinieri, negando di avere ricevuto minacce. Le indagini dei carabinieri del Ros e di quelli di Como hanno portato nel corso dei mesi, in fasi diverse, all'arresto di dieci persone, tra cui i due presunti esecutori materiali dell'omicidio e gli autori degli atti intimidatori compiuti prima del delitto. Ma sul movente era rimasto il giallo.
 

giovedì 18 agosto 2016

Madre malevola: condannata a risarcire il marito

Alienò il figlio: condannata a risarcire 50.000 euro – La Nazione 17.8.2016


Il magistrato che ha emesso
la sentenza (fonte: www.lanazione.it)


La Spezia, 17 agosto 2016 Per quindici anni si è visto impedire dall’ex moglie ogni contatto col figlio, ostacolato in ogni tentativo di poter esercitare il ruolo di padre e contribuire alla crescita di quel bambino di soli quattro anni, oggi diciannovenne.

 Una storia di privazioni affettive che nei giorni scorsi ha visto il giudice del tribunale della Spezia, Lucia Sebastiani, condannare l’ex moglie al pagamento di un risarcimento a favore dell’uomo di cinquantamila euro. Una somma importante, ma come sostenuto dallo stesso giudice nella sentenza “si tratta di un danno che in realtà non potrà mai essere adeguatamente ristorato per equivalente”.

 Per la Sebastiani, la privazione affettiva “si è protratta per numerosi anni, obiettivamente i più belli della crescita ed evoluzione psicofisica del minore, ed è destinata presumibilmente a protrarsi anche in futuro”. La Sentenza in sede civile (alla donna è stata imposto anche il pagamento di 5.500 euro di spese legali) segue quella penale, emessa nel 2008, che vide l’ex moglie condannata.
La vicenda, tutta spezzina, affonda le sue radici nel 2002, con la sentenza di separazione della coppia che prevedeva l’affidamento esclusivo del minore alla madre, e la possibilità per il padre di tenerlo con sé per un giorno alla settimana, nelle principali festività, e per sette giorni consecutivi durante le vacanze natalizie e in quelle estive. Le condizioni vengono ampliate in sede di divorzio, e ulteriormente modificate nel 2011, con il tribunale che dispone per il giovane l’affidamento condiviso. Decreti e disposizioni non cambiano però la situazione, con il padre impossibilitato a vedere il proprio figlio, ostacolato dall’ex moglie. Impossibile, in queste condizioni, far nascere e sviluppare il normale rapporto padre-figlio.

Così l’uomo, dopo la sentenza penale di condanna a carico dell’ex moglie per mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice, si è rivolto al giudice civile, affidandosi all’avvocato spezzino Maria Cristina Simeone. Con la Sebastiani che ha vergato una sentenza ‘forte’. Al padre “è stato negato un sereno rapporto genitoriale col minore – si legge nelle conclusioni –, ed è stato privato di tutti i momenti (belli e non) in cui avrebbe potuto essere presente nella vita del figlio, irrecuperabili per sé e per lo stesso ragazzo”.

Da qui la decisione del giudice, che pure ha riconosciuto “una certa frequentazione tra padre e figlio”, di condannare la donna al pagamento di cinquantamila euro di risarcimento per danni non patrimoniali, pari a circa tremila euro per ogni anno in cui all’uomo è stato impedito di costruire un rapporto affettivo col proprio figlio. “La gioia di poter veder crescere mio figlio e poterne contribuire allo sviluppo, comunque, non me le potrà ridare indietro nessuno”, commenta il padre alla Nazione, commentando la sentenza.

MATTEO MARCELLO
Fonte/Credits: http://www.lanazione.it/