mercoledì 2 agosto 2017

#femminicidio: dati a senso unico

Tutte in vacanza le Cassandre? In questo torrido giugno sembra che tacciano i cori della denigrazione antimaschile,  quelli secondo i quali la violenza dell’uomo sarebbe una tara culturale da cui nessuno è escluso.
Latitano le narrazioni gender oriented che hanno imperversato negli ultimi anni, per capirci: la mattanza rosa, una donna uccisa ogni due giorni, ogni donna fra 16 e 70 anni ha subito almeno una violenza nella vita, l’orco ha le chiavi di casa, ogni donna è a rischio violenza sul posto di lavoro, in strada, in casa, a scuola, etc.
La donna è vittima per definizione, l’uomo è carnefice per DNA, punto.
L’ha spiegato in sintesi il Re dell’ovvietà antimaschile, Oliviero Toscani.
La violenza a ruoli invertiti non esiste, e se esiste è legittimata. Non si deve ammettere che possano esistere anche donne violente, e quando non è possibile negare l’evidenza salta fuori che in fondo fanno bene perché dopo tanto subire qualche uomo ammazzato non guasta.
Non è uno scherzo, sui social la violenza femminile viene applaudita, incoraggiata, addirittura esaltata.
I media, bovinamente asserviti all’ideologia di genere, accendono prontamente i riflettori su ogni vittima femminile di violenza e stalking,  ma sono costantemente distratti quando la vittima è un uomo.
Ovvio, logica conseguenza di uno strisciante diktat istituzionale, da Grasso alla Boldrini, da Mattarella (e prima ancora Napolitano) alla Fedeli si celebra la vittima dell’acido  Lucia Annibali e si snobba la vittima dell’acido William Pezzulo, anche se William ha riportato danni enormemente più gravi di Lucia.
Perché notiamo l’assordante silenzio di giugno?
Perché in questo mese la controinformazione, quella cioè non piegata al vento prevalente, registra diversi casi che – a ruoli invertiti – avrebbero saturato le pagine dei giornali, i palinsesti televisivi, il dibattito politico.      
Giugno si chiude con una notizia allo stesso tempo drammatica e curiosa
Picchia il marito da anni, allontanata
Ma le strutture protezione, pensate per donne, non accolgono l'uomo
Redazione ANSA GENOVA
30 giugno 2017   17:05
Per anni ha subito botte e insulti tanto da finire almeno due volte in ospedale con mascella e denti rotti. Vittima un uomo la cui moglie ha picchiato e umiliato per anni, anche davanti alla figlia di 7 anni, e che per questo è stata allontanata da casa. (…)
La vittima maschile non può contare su alcuna forma di accoglienza poiché, come scriviamo da anni, tutto il welfare è pensato, strutturato e finanziato esclusivamente in funzione del genere femminile. Perché prevedere un minimo di supporto anche alle vittime maschili, se le vittime maschili non esistono?
Comunque la cronaca di giugno non si ferma a percosse, lesioni, maltrattamenti e violenza assistita, registra anche casi estremamente più gravi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Così, tanto per citare alcuni dei casi che chi studia il fenomeno della violenza a 360°, quindi anche femminile, riesce a scovare online.
Perché la stranezza di fondo è questa: le vittime maschili te le devi andare a cercare con meticolosità, non hanno mai la stessa eco delle vittime femminili. 
I lanci ANSA ci sono, perché non vengono ripresi da Repubblica, Corsera, La Stampa e poi da TG Uno, TG 5, TG La7 e tutti i network nazionali?
Perché le notizie con vittime maschili sono non-notizie?
Ho archiviato 2141 google alert (duemilacentoquarantuno) sul processo che a Rimini vede come parte  lesa Gessica Notaro, la donna sfregiata dall’ex Edson Tavares.
In assenza di femminicidi, stupri e violenze del branco, qualcosa contro il maschile bisognava pur trovare. 
Ma nessuno spazio sulle testate nazionali a cinque uomini uccisi da donne, una donna che ha ammazzato la madre, qualche infanticidio, e poi pestaggi, evasioni, stalking (parecchi) e gli immancabili maltrattamenti ai bambini dell’asilo.
Meglio non scrivere niente, è estate, fa caldo, tutti in spiaggia
Con la testa sotto la sabbia.
Ps
C’è un altro caso che merita attenzione, se non altro per monitorarne gli sviluppi.
In ogni caso, si tratta del sesto uomo ucciso a giugno da una donna, resta da capire se si tratta di omicidio preterintenzionale o volontario.
 

ISTAT ammette: flop dell'affido condiviso

Linee sul Condiviso nei tribunali, si aggiunge Salerno. ISTAT ammette il flop: chi lo dice ad AIAF?

Linee sul Condiviso nei tribunali, si aggiunge Salerno. ISTAT ammette il flop: chi lo dice ad AIAF?



L’ISTAT pubblica un’analisi dei dati emergenti dalla giurisprudenza 2005/2015, ed ammette la sostanziale disapplicazione dell’affido condiviso: (…) In altri termini, al di là dell’assegnazione formale dell’affido condiviso, che il giudice è tenuto a effettuare in via prioritaria rispetto all’affidamento esclusivo, per tutti gli altri aspetti considerati in cui si lascia discrezionalità ai giudici la legge non ha trovato effettiva applicazione (…)”
Buongiorno, ben svegliati ! Fa piacere leggerlo in un documento ISTAT del 2016, ma è impossibile non ricordare che lo scriviamo da oltre 10 anni, lo dimostriamo nei convegni, nei seminari di studio, nei master universitari e nei corsi di formazione, abbiamo depositato in Parlamento corposa documentazione probatoria.
Noi, non altri, abbiamo effettuato studi e ricerche che dimostrano le dinamiche di deroga del condiviso, abbiamo raccolto il dossier sulla modulistica in uso nei tribunali dopo il 2006, abbiamo condotto l’inchiesta sulle false accuse, abbiamo effettuato un monitoraggio dei tempi di permanenza della prole presso i genitori, abbiamo dimostrato la replica del modello di affido esclusivo anche nelle sentenze che formalmente recano la dicitura affido condiviso.
Quindi ciò che rileva  il rapporto ISTAT non è per Adiantum una sorpresa, si tratta sostanzialmente della conferma di tendenze negative che avevamo iniziato ad analizzare - e segnalare - fin dal 2007, già dopo il primo anno di monitoraggio della legge 54/06.
Per un lungo periodo siamo rimasti l’unica voce fuori dal coro, un coro fatto di superficiali sostenitori della teoria “falso allarme, tutto perfetto, la riforma è largamente applicata”.
Con l’AIAF in testa, va detto.
Oggi la nostra dimostrazione di un’applicazione anomala, formale ma svuotata di contenuti, viene riconosciuta da associazioni forensi, giudici, Consiglio d’Europa, MIUR e persino dall’ISTAT; pertanto rivendichiamo con forza il ruolo di leader nell’analisi critica della disapplicazione della 54/06. 
Ora, pur senza rivoluzionare nulla, si tenta di portare dei correttivi ad un sistema discutibile che ha per anni aggirato la riforma del 2006 con prassi applicative deviate.
Il tribunale di Brindisi vara delle linee guida per ribadire il dettato del legislatore, ma incontra l’indignazione dell’AIAF – si, ancora loro – che giudica disastrosa l’iniziativa pugliese e protesta perfino presso Ministero e Cassazione, parlando testualmente di Costituzione calpestata e negazione sistematica del diritto.  
Addirittura, aggiungerei.
All’AIAF andava bene l’aggiramento della norma perpetrato ininterrottamente per undici anni? Evidentemente loro preferivano la dicitura condiviso applicata a misure che replicano il modello di affido esclusivo, nel luglio 2011 sostenevano che “(…)  l’affidamento condiviso dei figli introdotto con la legge 54/2006 è stato in questi anni ampiamente applicato (…)” (documento AIAF depositato in audizione alla Commissione Giustizia del Senato).
Poi li smentisce clamorosamente lo stesso istituto di statistica, che ammette  “la legge non ha trovato effettiva applicazione”.  
L’aggressività AIAF nello stroncare le linee guida di Brindisi resta una voce isolata, qualcuno (v. UNCM) le critica blandamente senza toccare i vertici di indignata veemenza raggiunti da Sartori & C.
Altri invece stroncano le teorie AIAF (v. ANFI, Associazione Nazionale Familiaristi Italiani -
e/o si accodano all’iniziativa di Brindisi, (v. dr. Giorgio Jachia, tribunale di Salerno - http://www.ilcaso.it/articoli/fmi.php?id_cont=944.php )
arricchendola con robuste argomentazioni giuridiche a supporto.
Ora chi lo dice all’AIAF?  
Sarebbe interessante sapere cosa pensa l’ufficio legislativo del Ministro Orlando.
 
FN

Fonte: ADIANTUM http://www.adiantum.it/public/3792-linee-sul-condiviso-nei-tribunali,-si-aggiunge-salerno.-istat-ammette-il-flop--chi-lo-dice-ad-aiaf-.asp

mercoledì 26 luglio 2017

Separazioni: 200 suicidi all'anno

Separazioni: il suicidio silenzioso dei papà che non vedono i figli

Separazioni: il suicidio silenzioso dei papà che non vedono i figli


La Pas, sindrome di alienazione parentale, è ancora lontana dall’essere ricompresa tra le malattie ufficiali: eppure i dati parlano di 200 suicidi all’anno di papà separati.
Si parla tanto di femminicidio ma a volte si dimentica che il crimine può avere un senso inverso e la violenza può provenire dalla donna. Se è vero che, solo nel 2016 sono stati 110 gli omicidi di donne ad opera del marito, convivente o dell’ex, è anche vero che altrettanti sono stati i suicidi dei padri allontanati dai loro figli per mano delle ex mogli. Un crimine che si ripete quotidianamente quello dell’alienazione del papà agli occhi dei bambini: la madre – presso cui i minori vanno a vivere – inizia un’opera di denigrazione e di demolizione della figura paterna fino a determinare un vero e proprio rifiuto del bambino di vedere il genitore. Situazioni, queste ultime, che hanno poi visto le madri, in alcune situazioni, perdere l’affidamento condiviso.
Di tanto si è parlato alla Camera dei Deputati lo scorso 20 luglio nel corso del Convegno sugli illeciti endofamiliari organizzato dalla associazione «Nessuno tocchi papà» e dall’avvocato Walter Buscema.
È intervenuto al dibattito l’onorevole Tancredi Turco il quale ha fornito una statistica allarmante. Circa 200 papà ogni anno si suicidano perché allontanati dai figli. Sono mille i suicidi in tutta Europa. Il suicidio di un papà è la risposta a una violenza subita dalla donna. Perché si parla tanto di femminicidio e non di patricidio? Perché i media sono così concentrati sulla tutela della figura femminile e ignorano che il crimine può avvenire anche nel senso inverso? «Quello dei suicidi dei padri separati è un dramma sottovalutato dai media – ci riferisce l’onorevole Turco – si parla di 200 suicidi ogni anno solo in Italia e 2000 in Europa, nella stragrande maggioranza dei casi nell’indifferenza generale. Secondo le statistiche sono 4.000 i suicidi in Italia ogni anno e tra questi, appunto, 200 quelli conseguenti ad una separazione e al conseguente allontanamento dai figli. I dati sono stati riportati in alcuni articoli di giornali che a loro volta riportano in particolare gli studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)».
I giudici europei hanno più volte bacchettato l’Italia perché non garantisce il rispetto dei diritti di visita dei minori ai padri separati. «Il problema principale in Italia – continua il deputato – è la mancanza di norme che tutelino i diritti di visita, di educazione e di un normale rapporto dei genitori separati con i figli minori. L’unico rimedio concreto è quello di una denuncia per inottemperanza di ordine del giudice (art. 388 c.p.), ma nella realtà queste denunce quasi mai portano ad una soluzione concreta».
Qualcuno la chiama Pas, sindrome di alienazione parentale, ma sull’esistenza di una patologia clinicamente accertabile si discute ancora molto. I tribunali però si sono già accorti del grave fenomeno rispondendo con l’allontanamento dei minori dalla madre tiranna.

Fonte:
https://www.laleggepertutti.it/169198_separazioni-il-suicidio-silenzioso-dei-papa-che-non-vedono-i-figli

#dipartimentomamme



#DipartimentoMamme
Lesson N.1
Un figlio non è "tuo" perché esce dal tuo corpo.
Lesson N.2
I figli hanno due genitori:
padre e madre, anche dopo una separazione.
Lesson N.3
Siate Mamme non solo perché suona la sveglia biologica
Lesson N.4
Per essere mamma non basta trovare un uomo di passaggio.
Perché sarebbe solo una forma di egoismo.
Lesson N.5
Una brava mamma rispetta il padre e viceversa.
Lesson N.6
Una donna che vuole diventare mamma si accompagna a uomini di valore, solo così tutelerà i figli. E viceversa.
Lesson N.7
Una mamma che pretende di fare anche da padre ha alle spalle la propria responsabilità di aver fatto scelta inadeguate per il proprio figlio.
Lesson N.8
Una donna che diventa mamma non deve perdere la propria dignità ne abdicare ad altri il proprio futuro.
Lesson N.9
Una vera mamma non nega il padre ai propri figli nè ne ostacola la frequentazione.
Lesson N.10
.......

 Fonte: papà separati liguria - Roberto Castelli
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1450069658405152&id=117955388283259

lunedì 12 giugno 2017

Se anche ANSA falsa gli allarmi sul cosiddetto femminicidio....

Se anche ANSA falsa gli allarmi sul cosiddetto femminicidio.... - di Fabio Nestola



Se anche ANSA falsa gli allarmi sul cosiddetto femminicidio.... - di Fabio Nestola




Fonte: http://www.adiantum.it/public/3797-se-anche-ansa-falsa-gli-allarmi-sul-cosiddetto-femminicidio....---di-fabio-nestola.asp

 
La costruzione di un falso allarme femminicidio ora si avvale anche del prezioso contributo ANSA. 
La più autorevole agenzia di stampa, infatti, tuona “quattro femminicidi nei primi due giorni di maggio”.
(Roma, Cagliari, Genova, Salerno) includendo nell’elenco 3 episodi che nulla hanno a che vedere col femminicidio così come definito dalle associazioni promotrici del neologismo e della fattispecie autonoma di reato.
Il femminicidio infatti è stato sempre propagandato come l’uccisione di una donna in-quanto-donna, quindi a causa della prevaricazione maschilista che non accetta il no di una donna considerata possesso dell’uomo, la gelosia morbosa che fa dire all’assassino “o mia o di nessuno”.  
Lo slogan imperante è “il mostro ha le chiavi di casa”, a sottolineare che il femminicidio è sempre legato a rapporti interrotti o mai iniziati, infatti gli autori dovrebbero essere mariti o ex mariti, conviventi o ex, fidanzati o ex, spasimanti rifiutati.
Inoltre una pressione accessoria del movimento che ha voluto il reato di femminicidio è quella verso la stampa: nei titoli non più delitto del troppo amore, non più raptus, non più follia ma solo femminicidio come espressione di un problema culturale radicato nell’intera popolazione maschile, che esita nella discriminazione di genere, nel dominio sulla donna, nell’impossibilità di accettare un rifiuto e quindi nel femminicidio come eliminazione della persona che non si può possedere.
Ma allora che c’entrano i casi di Cagliari, Salerno, Genova citati dall’ANSA insieme a quello di Roma?
 
    
 
Uno in effetti è riconducibile alla mancata accettazione della fine di un rapporto, sembra che la vittima volesse lasciare il convivente e questi si è trasformato in assassino.
 
Gli altri tre sono invece guerre condominiali o rapine finite nel sangue.
 
la lite in un parcheggio finisce con una donna accoltellata. L’ex marito che voleva tornasse con lui? Uno spasimante rifiutato?
No, tra vittima ed assassino non c’era alcun legame sentimentale, è una discussione legata a problemi di vicinato.
Dov’è l’elemento o mia o di nessuno?  
 
la vittima ha 81 anni, il presunto assassino 34. Sono vicini di casa ed il 34enne - tossicodipendente - intendeva rapinare l’anziana con la complicità dello spacciatore dal quale si rifornisce.
Prima ha ammesso l’omicidio, ora accusa lo spacciatore, in ogni caso nessuno dei due complici ha legami affettivi presenti o passati con la vittima, volevano la pensione.
Dov’è l’elemento gelosia morbosa?
 
notizia stringata, si sa solo che la vittima ha 44 anni ed è italiana. I carabinieri stanno conducendo le indagini, ancora non c’è un colpevole ma l’ANSA già è certa che si tratti di femminicidio, deve essere stata uccisa dall’ex marito, dal fidanzato, dal convivente.
Invece è una tragica rapina ad una prostituta, ilmattino.it fornisce particolari che l’ANSA non ha.
Forse un altro tossicodipendente, forse un balordo in cerca di vittime facili, in ogni caso dov’è l’elemento discriminazione di genere?  
 
Faccia chiarezza l’ANSA, riconosca che qualsiasi vittima femminile per l’agenzia è femminicidio, pur di far lievitare artificialmente l’allarme.
Anche la sola vittima di Roma, l’unica realmente riconducibile ad un movente di genere, deve suscitare l’indignazione di cittadine e cittadini onesti che mai risolverebbero col sangue i fallimenti delle proprie relazioni.
Ma allora perché gonfiare i dati, inserendo in soli due giorni il 75% di falsità?
 
Una preghiera a tutti i drogati, rapinatori, automobilisti ubriachi e delinquenti di ogni ordine e grado: se proprio vi capita di ammazzare qualcuno per cortesia fate in modo che siano solo anziani, disabili, bambini ed adulti di genere maschile, altrimenti chissà l’ANSA cosa scrive.   
 
FN

sabato 6 maggio 2017

Vi ordino di andare in psicoterapia (M.Pingitore)

https://www.psicologiagiuridica.eu/vi-ordino-andare-psicoterapia/2017/04/24/

Vi Ordino di Andare in Psicoterapia


Troppo spesso i CTU – Consulenti Tecnici di Ufficio – “prescrivono”, nelle conclusioni peritali, percorsi di psicoterapia e/o sostegno psicologico alla coppia genitoriale conflittuale nell’ambito di una separazione giudiziale.
Il Giudice, recependo le conclusioni del suo Consulente, “ordina”, “prescrive”, “impone” una psicoterapia e/o un sostegno genitoriale ad entrambi i genitori con l’obiettivo di far cambiare idea ad uno o all’altro genitore o ad entrambi in nome della tutela del loro figlio minore. In pratica, “andate in psicoterapia, così cambiate, litigate meno e vostro figlio starà meglio”.
Solo cinque domande:
#1 si può essere obbligati ad intraprendere una psicoterapia se non si è motivati e senza consenso informato?
#2 si può imporre una psicoterapia con il fine di far cambiare idea ad una persona, dietro minaccia (se non cambi idea, potresti perdere l’affidamento del figlio)?
#3 il soggetto maggiorenne è libero di autodeterminarsi e di scegliere liberamente se fare una psicoterapia e, in caso, di scegliersi il professionista, se pubblico o privato, l’approccio ecc.?
#4 lo psicoterapeuta può scegliere liberamente di non accettare la coppia genitoriale o di sospendere la psicoterapia dopo qualche incontro? Può il professionista farsi un’idea diversa da quella del Tribunale, ad esempio ritenendo i genitori “non trattabili”?
#5 e se non sono trattabili, è “responsabilità” dello Psicoterapeuta, dell’approccio psicoterapico o della coppia scarsamente motivata? Il Giudice (o i Servizi Sociali) lo vuole sapere.
Ma si può imporre un trattamento sanitario ad un soggetto adulto?
Decisamente no. Lo spieghiamo in un articolo, accettato per la pubblicazione su ilFamiliarista.it di prossima pubblicazione, a cura di Camerini G. B., Pingitore M., Lopez G.: Si può prescrivere una psicoterapia alla coppia genitoriale?
In attesa dell’articolo, di seguito vengono riportati gli articoli del Codice Deontologico degli Psicologi che sostanzialmente impediscono l’obbligo di una psicoterapia/un sostegno psicologico nei confronti di soggetti adulti.
Ma iniziamo con la Costituzione, art. 32 co. 2:
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
Anche recentemente la Cassazione ha confermato tale diniego.
Maggiori informazioni tramite questo tag.
Ecco gli articoli del Codice Deontologico:
Articolo 4
Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. Quando sorgono conflitti di interesse tra l’utente e l’istituzione presso cui lo psicologo opera, quest’ultimo deve esplicitare alle parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente tenuto.In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dell’intervento di sostegno o di psicoterapia non coincidano, lo psicologo tutela prioritariamente il destinatario dell’intervento stesso.
Articolo 6
Lo psicologo accetta unicamente condizioni di lavoro che non compromettano la sua autonomia professionale ed il rispetto delle norme del presente codice, e, in assenza di tali condizioni, informa il proprio Ordine. Lo psicologo salvaguarda la propria autonomia nella scelta dei metodi, delle tecniche e degli strumenti psicologici, nonché della loro utilizzazione; è perciò responsabile della loro applicazione ed uso, dei risultati, delle valutazioni ed interpretazioni che ne ricava. Nella collaborazione con professionisti di altre discipline esercita la piena autonomia professionale nel rispetto delle altrui competenze.
Articolo 11
Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti.
Articolo 18
In ogni contesto professionale lo psicologo deve adoperarsi affinché sia il più possibile rispettata la libertà di scelta, da parte del cliente e/o del paziente, del professionista cui rivolgersi.
Articolo 24
Lo psicologo, nella fase iniziale del rapporto professionale, fornisce all’individuo, al gruppo, all’istituzione o alla comunità, siano essi utenti o committenti, informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. Pertanto, opera in modo che chi ne ha diritto possa esprimere un consenso informato. Se la prestazione professionale ha carattere di continuità nel tempo, dovrà esserne indicata, ove possibile, la prevedibile durata.
Articolo 27
Lo psicologo valuta ed eventualmente propone l’interruzione del rapporto terapeutico quando constata che il paziente non trae alcun beneficio dalla cura e non è ragionevolmente prevedibile che ne trarrà dal proseguimento della cura stessa. Se richiesto, fornisce al paziente le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.
Articolo 39
Lo psicologo presenta in modo corretto ed accurato la propria formazione, esperienza e competenza. Riconosce quale suo dovere quello di aiutare il pubblico e gli utenti a sviluppare in modo libero e consapevole giudizi, opinioni e scelte.

La psicoterapia (nella realtà). (M.Pingitore)

https://www.psicologiagiuridica.eu/consenso-informato-obbligato-alla-psicoterapia-le-coppie-genitoriali/2017/04/30/